Pubblichiamo il contributo di un collega sul tema

“Cosa vuol dire convivere con una fragilità? Cosa significa vivere a stretto contatto col dolore, sentirlo nel quotidiano e poi alzare lo sguardo e vedere attorno a te indifferenza? Passare gli ultimi due anni da reclusi, senza vere e proprie soluzioni strutturali, vedere la corsa al vaccino per chi arriva prima, notare la totale insensibilità della vecchia governance che non ha mai messo in primo piano le esigenze dei più deboli ma ha sempre ragionato pensando in primo luogo al mediocre orizzonte politico che si era dato, sapere che il bilancio viene prima di qualsiasi legittima rivendicazione, non solo sanitaria, ma anche salariale, è quello che hanno vissuto sulla loro pelle i fragili, gli invalidi. Abbiamo vissuto isolati, molto più di quanto abbiano fatto i cosiddetti “sani”, nella paura, nell’insicurezza, con i nostri diritti schiacciati da incomprensibili letture del regolamento: i decreti parlavano di lavoro agile e l’università ci dava il telelavoro, perdendo i buoni pasto, salario tutt’altro che accessorio, considerando che i fragili sono sempre stati inquadrati nelle categorie inferiori, ci aspettavamo quanto meno una postazione adeguata, come da legge, sono passati mesi e benché la medicina del lavoro abbia già individuato le nostre esigenze dagli uffici non abbiamo ricevuto nulla, solo promesse, solo attesa. Il contributo per le spese energetiche (che in questo periodo di rincari spaventosi avrebbe fatto comodo)? Solo a fine anno. 
Non chiediamo pietas cristiana, chiediamo diritti, attenzione per gli invalidi, chiediamo di essere ascoltati quando si parla di fragilità, chiediamo di non essere trattati come personale di serie b, come le categorie in cui siamo rinchiusi, perché solo chi vive condizioni di invalidità e disabilità sa cosa significa conviverci. Chiediamo i buoni pasto, chiediamo le postazioni che ci spettano per il telelavoro, chiediamo concorsi interni dedicati alle sole categorie protette, chiediamo procedure semplificate per la richiesta delle visite mediche, chiediamo rispetto per le nostre condizioni. Né più né meno.”


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