Prima anni di silenzio e ritardi.
Ora improvvisamente si corre per chiudere il contratto.
Sempre lo stesso copione: si perde tempo quando si deve dare diritti e salario, si accelera quando conviene…
E a pagare, come sempre, sono lavoratrici e lavoratori.
L’emergenza salariale non è congiuntura, ma una scelta
Siamo in un momento geopolitico critico e da troppo tempo siamo dentro un’emergenza salariale strutturale (leggi qui!): i salari reali sono crollati e per i dipendenti pubblici le ultime tornate contrattuali non hanno recuperato nemmeno quanto perso a causa dell’inflazione. Oggi lavorare non basta più per vivere e questo è il risultato di scelte precise.
Di quanto sarà il prossimo aumento?
Per il triennio 2025-2027 la trattativa nazionale si sta incentrando su un aumento tabellare al di sotto del 7%.
Dopo anni di inflazione reale ben più alta, significa una cosa sola: perdita salariale certificata! Nel comparto Università, il precedente rinnovo di dicembre 2025 ha recuperato meno di un terzo dell’inflazione reale.
Occorre dunque chiamare questi “aumenti” con il loro nome: tagli mascherati ai nostri stipendi!
Anche per il nuovo CCNL sostanzialmente assistiamo alla riproposizione al ribasso dei salari, mentre noi sosteniamo la necessità di aumenti veri!
Il principio che per CUB dovrebbe guidare le trattative nazionali è davvero molto semplice: prima si recupera l’inflazione, poi si tratta l’aumento, che deve necessariamente essere maggiore dell’inflazione reale.
Saltare questo passaggio logico significa accettare che:
- gli stipendi valgano sempre meno;
- la perdita diventi permanente;
- per anni non si possa più recuperare nulla.
Questo è semplicemente inaccettabile, per di più in un contesto come quello attuale, segnato da instabilità economica e tensioni internazionali.
Come mai oggi una trattativa accelerata?
Dopo anni di ritardo, ora si vuole chiudere in fretta. Forse troppo in fretta.
Nel frattempo, la mancata firma del CCNL Università da parte della CGIL ha modificato gli equilibri della rappresentanza nei luoghi di lavoro. La mancata sottoscrizione del CCNL riduce infatti gli spazi di intervento diretto delle sigle nazionali nelle trattative aziendali, poiché chi non firma il CCNL perde le prerogative negoziali a livello locale. Così, non è più possibile contrattare direttamente con il datore di lavoro, ma è soltanto possibile agire dentro le RSU, attivando un confronto con lavoratrici e lavoratori.
Ma il nodo centrale resta comunque sempre lo stesso: a livello nazionale si sta costruendo una chiusura dei negoziati, senza un reale coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori. E quando il confronto è debole o assente, il risultato è prevedibile: accordi che non tutelano il salario reale.
Una dinamica già vista
Non è la prima volta. Dopo il blocco delle retribuzioni tra il 2009 e il 2016, giudicato costituzionalmente illegittimo dalla Corte Costituzionale, il rinnovo contrattuale 2016–2018 ha riconosciuto aumenti tabellari del tutto inaccettabili: per una dipendente universitaria di categoria C, circa 45–55 € netti mensili comprensivi degli arretrati, dopo anni di blocco.
Oggi si ripropone una dinamica analoga, con disponibilità a chiudere senza un effettivo recupero dell’inflazione.
Si tratta di una continuità evidente: una contrattazione che non redistribuisce, ma consolida la perdita.
Salari che arretrano e negoziazione ridotta: un equilibrio che indebolisce i lavoratori
La questione non è solo l’entità degli aumenti, ma il modello che si sta consolidando: accettare incrementi inferiori all’inflazione significa, tecnicamente, determinare una riduzione del salario reale e fissarla come base per i rinnovi futuri. Questo produce un effetto cumulativo: ogni contratto parte da un livello già eroso, rendendo sempre più difficile qualsiasi recupero successivo.
Inoltre, la compressione dei tempi di trattativa limita la possibilità di un confronto informato e consapevole, riducendo di fatto la partecipazione e indebolendo la legittimazione degli accordi.
Un rinnovo contrattuale dovrebbe garantire, come condizione minima, la tutela del potere d’acquisto e definire, su questa base, eventuali incrementi reali. In assenza di questo presupposto, gli aumenti risultano solo nominali e non incidono positivamente sulle condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori.
