I criteri di calcolo della graduatoria PEO sono ormai qualcosa di opaco e difficilmente comprensibile (come già evidenziato nel nostro comunicato del 25 luglio 2024).

Oggi la graduatoria è oggetto di rettifica a seguito di un ricalcolo.
Per CUB il problema non è la svista – assolutamente comprensibile – nei calcoli.

Il punto è un altro, ed è politico: si sta procedendo alla “correzione” escludendo il servizio a tempo determinato dal calcolo dell’anzianità.

Una scelta che da sempre consideriamo sbagliata e inaccettabile (vedi nostro comunicato del 2018), perché introduce una discriminazione tra lavoro svolto a tempo determinato e a tempo indeterminato.

Non solo per CUB, ma anche secondo l’ARAN (cioè il datore di lavoro pubblico), il lavoro è lavoro e non può essere svalutato in base alla tipologia contrattuale.

Purtroppo, l’ultimo accordo PEO fotografa – anche per responsabilità dei sindacati firmatari – un’impostazione distorta e discriminatoria.

CUB chiede di ricomprendere tutte le posizioni: sia quelle originariamente escluse, sia quelle che verrebbero escluse a seguito del ricalcolo.

Si parla di poche posizioni coinvolte e di nessun effetto economico ancora prodotto.
Proprio per questo la soluzione è semplice: non si tolgono diritti, si estendono.

Le risorse ci sono: servono al massimo 25.000 euro. Gli avanzi del fondo FORD lo dimostrano, superando ogni anno gli 80.000 euro.

È quindi possibile e doveroso garantire la progressione a tutte e tutti, senza penalizzare chi oggi verrebbe escluso dalla graduatoria e rischierebbe di non avere più alcuna possibilità di accesso alla PEO.

La scelta dell’Amministrazione va nella direzione opposta: correggere al ribasso, scaricando sui lavoratori le conseguenze di un accordo che, proprio perché immotivatamente discriminatorio, deve essere considerato illegittimo.

Ma il punto vero non sono i criteri, sono le risorse. È inaccettabile che su oltre 3.500 lavoratrici e lavoratori meno di 200 risultino in graduatoria. Questo è la scelta scritta nel contratto integrativo, che restringe tramite accordi al massimo ribasso l’accesso alle progressioni invece di ampliarlo. Ed è proprio questo impianto che abbiamo più volte messo in discussione (vedi ultimo comunicato sul tema).

Con questa tendenza statistica, se solo il 5% del personale ottiene ogni anno la progressione, c’è chi aspetterà circa 20 anni per un piccolo scatto stipendiale.

Per noi è inaccettabile.

Chiediamo l’estensione delle progressioni utilizzando TUTTE le risorse disponibili e l’apertura di un confronto reale su criteri non discriminatori. E soprattutto ribadiamo la necessità di finanziare al massimo il fondo PEO.

Non si torna indietro sui diritti.
Si va avanti, per tutte e tutti.