Dopo gli esercizi di acrobazia giuridica utilizzati in questi anni, nel 2024 sono riusciti a complicare ulteriormente la materia, senza che ve ne fosse bisogno. Il lavoro da remoto, da istituto conciliativo, è via via diventato una gara a ostacoli fatta di vincoli e condizioni sempre diverse.

Partiamo quindi dalle complicazioni che sono state introdotte e che, da qui in poi, vanno cambiate.

La prima riguarda la possibilità di alternare lavoro in presenza e lavoro da remoto nella stessa giornata

Lo abbiamo già scritto nel nostro comunicato sulle nuove indicazioni APOS (vedi link), che secondo noi vanno al più presto riviste.

La seconda riguarda i “recessi obbligati”

Se una lavoratrice o un lavoratore cambia struttura oppure ufficio, non dovrebbe essere necessario recedere dall’accordo di lavoro da remoto e lasciare la persona, anche solo temporaneamente, senza la possibilità di utilizzarlo.
Abbiamo visto ritardi dovuti all’inerzia dei responsabili e condotte strumentali (se non ritorsive/ricattatorie) sulle mansioni da svolgere da casa. Addirittura, è necessario recedere dal contratto di telelavoro anche solo per aggiungere un ulteriore domicilio.

La terza riguarda le situazioni particolari

Il Regolamento d’Ateneo individua specifici casi per aumentare le giornate da remoto, ma li spacchetta in due canali: quelli lasciati al confronto con la/il responsabile (Dirigente/Direttore) e quelli vincolati al parere della Medicina del Lavoro.
Il problema è che non tutte le situazioni affidate alla discrezionalità del/lla responsabile sono materia da contemperare con le esigenze organizzative della struttura di appartenenza. È inconcepibile, ad esempio, dover chiedere deroga al/lla responsabile mostrando certificati medici relativi a malattie croniche oppure per stress lavoro-correlato: la valutazione spetta esclusivamente alla Medicina del Lavoro, non a un confronto con il dirigente/direttore di turno.
Allo stesso tempo, il Regolamento limita l’accesso alla Medicina del Lavoro ai soli traumi ortopedici, interventi chirurgici e casi oncologici, ignorando la reale ampiezza delle sue competenze. Un’assurda inversione logica: sui traumi ortopedici la Medicina del Lavoro ha già concesso il lavoro da remoto in situazioni che erano già coperte da INPS/INAIL. Da quando la conciliazione serve a lavorare? Da quando il tavolo sindacale ha confuso il lavoro da remoto con un gesso portatile? TEAMS cura davvero le fratture?

La quarta riguarda chi pendola tra casa e lavoro e chi ha figli

I soliti sindacati si sono accontentati di un aumento delle giornate da remoto solo per chi è in telelavoro (e non per chi è in lavoro agile) e solo in alcune ipotesi molto specifiche. Noi chiediamo che i “giorni aggiuntivi” siano assegnati anche per chi è in lavoro agile. In più:
– per coloro che hanno figle/i il Regolamento d’Ateneo deve essere adeguato alle norme nazionali e, pertanto, i giorni aggiuntivi vanno dati non entro il quarto anno del/lla figlia/o ma entro il dodicesimo;
– per chi invece risiede a più di 30 km dalla sede, i giorni aggiuntivi sono stati assegnati ignorando del tutto i tempi effettivi di percorrenza, mentre per noi l’aumento deve spettare a chiunque affronti più di 35 minuti di viaggio a tratta con i mezzi pubblici, a prescindere dal chilometraggio.

Su tutti questi punti chi sottoscrive gli accordi al tavolo sindacale dimostra, ancora una volta, di non conoscere le situazioni che concretamente vivono le lavoratrici e i lavoratori. Ci aspettiamo quindi che il prossimo confronto non serva semplicemente a confermare le regole esistenti, ma a correggere ciò che non funziona e a rendere finalmente coerente ed equa la disciplina del lavoro da remoto in Ateneo.