Sul tema della gestione degli appalti e delle garanzie salariali in Ateneo, la nostra lettura si è rivelata corretta. Il Protocollo d’Ateneo firmato nel 2023 in Unibo dai sindacati confederali (tutti eccetto SNALS) – dal quale la CUB è stata verticisticamente ed immotivatamente esclusa pur essendo presente in RSU – continua a rivelarsi per ciò che è sempre stato: una declaratoria di buone intenzioni del tutto priva di efficacia vincolante e di cogenza nei capitolati di gara.
Oggi però il quadro si arricchisce di un passaggio interpretativo decisivo. Le pronunce del Consiglio di Stato e i principi sanciti dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea hanno spazzato via i tentativi di ridurre il costo del lavoro a variabile dipendente della competizione al ribasso. Il messaggio della magistratura amministrativa ed europea è netto: a pari mansione deve corrispondere pari retribuzione, e le clausole sociali non possono essere svuotate d’efficacia attraverso cambi di contratto peggiorativi o manovre di dumping salariale.
La ragione formale riconosciuta dai giudici, tuttavia, non cancella il corto circuito organizzativo ed umano che l’Ateneo sta determinando sul campo. Di fronte alla notizia dell’impugnazione del bando e al clima di assoluta precarietà sulle condizioni future, molti lavoratori non se la sono sentita di rischiare il passaggio d’appalto tramite una clausola sociale che non offriva alcuna garanzia reale. Un’incertezza che ha paralizzato la transizione: la ditta inizialmente prima classificata non ha perfezionato assunzioni ulteriori e ora, con il prefigurato subentro della nuova azienda a novembre, l’intera procedura di cambio appalto dovrà ripartire desolatamente da capo.
Questo stallo permanente non è un’astrazione burocratica: produce danni tangibili che non colpiscono solo le lavoratrici e i lavoratori formalmente assunti dalle ditte esterne. L’assenza di continuità e i vuoti generati da questa gestione finiscono per scaricarsi direttamente sul personale dell’Ateneo, a partire da colleghe e colleghi delle manutenzioni e dei servizi tecnici, chiamati quotidianamente a sobbarcarsi il carico di un sistema che non funziona.
Per questo continuiamo a sostenere che non serve non serve un’operazione di cosmesi formale, ma un cambio di rotta radicale. Adesso pretendiamo l’apertura di un tavolo per l’aggiornamento del Protocollo Appalti con l’inclusione di tutte le rappresentanze elette in RSU/RLS, il vincolo inderogabile per le ditte subentranti al rispetto dell’invarianza salariale sancita dalla giurisprudenza europea e la piena trasparenza sui costi reali del lavoro applicati in Alma Mater.
Nessuno pretende che tutti debbanosapere tutto, soprattutto quando non è ancora possibile sapere. È per noi del tutto evidente che, in un contesto normativo e giurisprudenziale complesso e in costante evoluzione, la commissione di gara non si sia interrogata sul cortocircuito del superminimo riassorbibile. Ma questo dimostra anche quanto sia fallace e ipocrita l’aggancio cieco che il Codice degli Appalti fa alla contrattazione collettiva nazionale: un feticcio, una foglia di fico burocratica ben lontana dalle altre esperienze europee, dove la legge impone tutele reali e una tenuta effettiva dei livelli salariali tramite il c.d. “salario minimo”.
Quando la legalità sostanziale deve essere conquistata nei tribunali, significa che la politica d’Ateneo ha già fallito
Di fronte a questo sistema la CUB rivendica interventi immediati e di prospettiva:
- consultazione preventiva sui bandi con RSU e RLS: l’Ateneo deve garantire il coinvolgimento attivo delle rappresentanze sindacali (RSU e RLS) già nella fase ex-ante di stesura dei capitolati. Solo così si evitano storture tecniche (leggi qui sul caso delle pulizie!), sotto-stime dei carichi di lavoro e sottovalutazioni dei rischi, incluse prevenzione e sicurezza;
- salario reale, non assorbibilità ed esecutività delle sentenze: non ci basta la tutela formale. Pretendiamo l’applicazione di una paga oraria minima dignitosa, l’espresso divieto di utilizzare superminimi riassorbibili per “compensare” i cambi di contratto, il mantenimento integrale degli scatti di anzianità e delle indennità collegate alla mansione in caso di cambio appalto;
- riserva di posti e valorizzazione dell’esperienza nei concorsi d’Ateneo: per il personale in appalto in servizio presso Unibo pretendiamo corsie preferenziali, riserva di posti nei concorsi pubblici dell’Ateneo ed esonero dalle prove preselettive, valorizzando la professionalità maturata sul campo;
- piano graduale di reinternalizzazione dei servizi: il vero superamento di questa spirale di ricorsi, costi gonfiati e lavoro povero resta il riassorbimento diretto nell’organico dell’Ateneo dei servizi esternalizzati. Non parliamo di un’utopia: fino a non troppi anni fa nell’Alma Mater lavoravano falegnami, elettricisti e squadre dirette d’Ateneo, così come in diverse università italiane il personale delle mense (tanto per fare un esempio) è direttamente assunto dall’ente pubblico;
- osservatorio interno sugli Appalti e controllo dal basso: pretendiamo la costituzione di un organismo di monitoraggio paritetico composto da personale Unibo di elevata esperienza tecnica, compresi gli addetti al Servizio Prevenzione e Protezione d’Ateneo, la RSU e gli RLS, dotato di effettivo potere di verifica (elenchi nominali del personale assunti in appalto, tracciabilità dei corrispettivi di gara e prospetti di conformità retributiva e di sicurezza). L’Ateneo deve prevedere ispezioni periodiche sulla sicurezza e l’attivazione immediata di clausole risolutive espresse, fino alla risoluzione in danno del contratto, nei confronti delle aziende che applicano sotto-inquadramenti, ritardano i pagamenti degli stipendi o disattendono le prestazioni pattuite.
