Abbiamo inviato un’articolata richiesta di chiarimenti all’Ateneo sui nuovi buoni pasto Pluxee. Dalla risposta affiora l’arte tutta burocratica di celebrare il nulla mentre il salario indiretto del personale si dissolve.
A fronte delle severe limitazioni che abbiamo rilevato – tessere inutilizzabili nei punti ristoro d’Ateneo, porte sbarrate in alcuni dei principali discount e un singolare coprifuoco regionale che punisce chi lavora da remoto fuori confine – l’Amministrazione risponde con l’abituale alibi procedurale, ricordandoci con solennità che «il buono pasto costituisce un servizio sostitutivo della mensa».
Un’affermazione di impeccabile eleganza formale, che soffre tuttavia di un unico, trascurabile dettaglio: la realtà materiale. Una realtà che svela senza infingimenti due nodi sistemici.
La fisica dei 7 euro. Nei punti ristoro d’Ateneo il costo al pubblico per un pasto completo oscilla tra i 7,50 e i 12 euro. Con il valore nominale di 7 euro – anacronistico relitto della Spending Review 2012 – la “sostituzione della mensa” si trasforma in un paradosso algebrico: per esercitare il diritto di pranzare, il dipendente deve integrare di tasca propria. Mentre la norma fiscale (art. 51 TUIR) fissa a 10 euro la soglia d’esenzione e diverse PA (dalla Regione Friuli-Venezia Giulia a svariati Enti Locali) hanno già sbloccato l’adeguamento a 10 euro, sul piano nazionale assistiamo al solito scaricabarile politico. Tra annunci di revisione della spesa e proclami sui decreti-legge di turno, la rimozione del tetto dei 7 euro finisce puntualmente stralciata per mancanza di volontà politica. In questo vuoto, l’Alma Mater sceglie l’archeologia contabile, trincerandosi dietro il vincolo del 2012.
Il mistero dei capitolati. Salvo rare eccezioni (come la sede d’Agraria di Cadriano), le uniche mense calmierate presenti nel perimetro universitario sono pensate per la popolazione studentesca. Negli anni siamo passati da Day a Pellegrini fino a Pluxee, ma in diversi complessi le tessere non si sono mai potute utilizzare nonostante i nostri continui solleciti (per la mensa del Navile, ad esempio, avevamo scritto al Magnifico Rettore già a fine 2024). Ebbene, considerando che tutti questi punti ristoro e mense occupano spazi fisici concessi dall’Università, chi legge le risposte della Dirigenza d’Ateneo non può che porsi una domanda semplice: per quale bizzarra svista, nei capitolati non è mai stata inserita una clausola vincolante che obblighi i gestori privati ad accettare i buoni pasto in dotazione al personale UNIBO?
Derubricare la spendibilità del buono a pura “trattativa commerciale” significa degradare l’Ateneo a un mero passacarte di segnalazioni, uno spettatore che lascia gli esercenti liberi di sbarrare la strada alle tessere per non subire i balzelli delle società emittenti, garantendo tutti fuorché il diritto alla pausa pranzo del personale.
Di fronte a questo scenario, l’Ateneo non può continuare a chiamarsi fuori. Serve un immediato sussulto di responsabilità: bisogna aprire senza indugio il confronto per superare il tetto dei 7 euro, adeguando l’importo quantomeno ai 10 euro già previsti dalla norma fiscale per i lavoratori dei settori privati e facendo pressione su ARAN e Ministeri competenti.
Parallelamente, l’Alma Mater deve garantire la reale fruizione di questo diritto. Come? Imponendo l’obbligo di accettare le tessere UNIBO nei futuri bandi per i punti ristoro, pretendendo dai gestori attuali un cambio di passo immediato e incalzando Pluxee affinché rimuova il blocco territoriale che penalizza chi lavora in remoto fuori regione.
Perché tutto questo non è stato fatto prima, nonostante i nostri solleciti? La risposta è semplice: la RSU d’Ateneo è resa immobile e incapace di deliberare perché alcune sigle sindacali sistematicamente ne disertano le riunioni. Per un quadro completo sulle responsabilità sindacali e sul blocco della RSU, vi invitiamo a consultare il nostro sito https://www.cubbologna.it/
