Avevamo già scritto tutto.
Nel comunicato “Nuove PEO, vecchio andazzo?” avevamo segnalato un fatto semplice: nessuno – nemmeno le organizzazioni sindacali che poi hanno firmato l’accordo – era in grado di spiegare fino in fondo quale sarebbe stato l’effetto concreto dei criteri introdotti.
Oggi quella scelta di non rendere chiari gli effetti emerge nei fatti.
Partiamo dalla valutazione individuale
Con l’accordo del 2024 (leggi il testo cliccando qui!), ci è stato raccontato che il peso della valutazione sarebbe stato “contenuto”. I dati dimostrano il contrario. In graduatorie costruite su differenze minime – spesso di pochi decimi di punto – i 2 punti aggiuntivi assegnati a chi ha una media superiore al 4 incidono in modo enorme sul posizionamento finale.
Basta pochissimo per scavalcare decine di persone.
E infatti la graduatoria reale mostra proprio questo: scarti minimi, differenze infinitesimali e un sistema che finisce per trasformare la valutazione individuale in un moltiplicatore decisivo.
Sulla valutazione, per motivi diversi (vedi qui), avevamo anche chiesto un confronto in RSU. Ma la RSU continua a non riunirsi, come già denunciato in un altro comunicato (leggi qui). E quindi su questo tema, quello della valutazione e dell’IPO, torneremo a scrivere nei prossimi aggiornamenti.
Il sistema PEO è costruito dentro una platea volutamente troppo ristretta
Ogni anno cambia la composizione della popolazione e la tipologia di persone che partecipano alla selezione PEO. Cambiano gli effetti concreti dei criteri. Cambiano gli equilibri della graduatoria. Mentre le risorse restano artificialmente insufficienti.
E così, di accordo in accordo, di revisione in revisione, ogni correttivo diventa una guerra tra lavoratrici e lavoratori.
Lo avevamo già segnalato quando, nel 2024 e all’ultimo momento, venne introdotto il correttivo sul differenziale retributivo senza che fosse davvero chiarito quale impatto avrebbe prodotto sulla graduatoria finale. Oggi quell’effetto comincia a vedersi.
I criteri non funzionano in astratto: funzionano sulla platea concreta che cambia ogni anno
L’anzianità di servizio nell’area, ad esempio, viene calcolata in proporzione rispetto alla persona che possiede l’anzianità massima. Lo stesso vale per il criterio relativo ai giorni trascorsi dall’ultima PEO e per il differenziale retributivo già maturato (anche se qui il calcolo è inversamente proporzionale).
La graduatoria non è mai stabile: è strutturalmente variabile
Ogni nuova PEV, ogni cambio di area, ogni diversa composizione della platea di candidati alle PEO modifica gli effetti dei criteri.
Ed è qui che emergono tutte le contraddizioni costruite negli anni dalle scelte dei sindacati firmatari dei contratti nazionali e soprattutto di Ateneo.
Per anni alcune categorie hanno avuto progressioni economiche molto più rapide di altre. Chi era nelle vecchie C1 e C2 avanzava molto più velocemente rispetto a chi era in categoria D.
Oggi quella storia retributiva produce effetti importanti nella graduatoria unica.
A questo si aggiunge il nuovo sistema dei differenziali economici introdotto dal contratto nazionale: importi uniformi per area (1.200 per gli operatori, 1.300 per i collaboratori, 1.400 per i funzionari), indipendentemente dalla posizione economica di partenza. Ma le storie professionali e salariali delle persone non sono uniformi.
C’è chi in Unibo ha trascorso oltre quindici anni nella stessa categoria senza PEO. C’è chi è transitato tramite concorso o PEV in un’altra area senza aver avuto progressioni economiche precedenti. C’è chi ha accumulato anzianità reale lavorando per anni in condizioni di precariato.
Il risultato della graduatoria cambia ogni anno e continuerà a cambiare nei prossimi cicli
Per il 2025 nella categoria ex B passano pochissime persone. Nella categoria ex C meno di cento. Nell’area ex D oltre centotrenta.
Nessuno sostiene che questo assetto sia “giusto”. Perché i passaggi restano comunque numericamente irrisori rispetto alla platea complessiva.
Ma il punto è appunto un altro.
Quando le risorse sono insufficienti, ogni criterio produce inevitabilmente nuovi esclusi. Ogni correttivo genera nuovi scavalcamenti. Ogni modifica redistribuisce scarsità.
Ed è esattamente questo il modello costruito negli anni: un sistema dove invece di allargare le progressioni si affinano continuamente i meccanismi di selezione.
Per questo abbiamo chiesto l’apertura di un tavolo tecnico per simulare gli effetti delle graduatorie future almeno per gli anni 2026, 2027, 2028 e 2029.
Una richiesta di semplice trasparenza. Perché il contratto nazionale stesso riconosce che attendere oltre sei anni per una PEO rappresenta già una situazione critica, tanto da prevedere la possibilità di attribuire punteggi aggiuntivi a chi aspetta da più tempo. Ma in Unibo, con queste risorse, il problema non è aspettare sei anni.
Il problema è che con un tasso di progressione attorno al 5% annuo continuerà ad esserci personale che rischia concretamente di aspettarne venti.
E mentre si racconta che il sistema sarebbe “equo”, la realtà è che la graduatoria cambia continuamente pelle senza che nessuno voglia realmente studiarne gli effetti.
Anche perché le PEV effettuate negli ultimi anni – in particolare verso l’area dei funzionari – modificheranno profondamente la composizione delle future graduatorie.
È il cuore del problema: si vuole soltanto amministrare la scarsità!
Non a caso il tavolo tecnico richiesto da noi di CUB, da UIL e da USB è stato respinto.
Secondo CIGL non servirebbe capire prima gli effetti dei criteri. E comunque i criteri “non devono essere modificati”.
È la fotografia perfetta di come funziona oggi il tavolo sindacale in Ateneo.
Il reciproco sostegno, il sodalizio autoreferenziale e la complicità feroce tra la delegazione di parte pubblica e il grande sindacato di apparato che ha caratterizzato l’attuale mandato rettorale ha raggiunto livelli inenarrabili producendo effetti devastanti.
Non si vogliono davvero aumentare le risorse.
Non si vogliono discutere apertamente le conseguenze concrete.
Non si vogliono allargare i diritti fidelizzando sempre di più solo un ristretto insieme di eletti “allineati senza se e senza ma” nel parassitario rituale della concertazione.
Gestire l’esistente per distribuire briciole.
E si chiede pure ai dipendenti di considerare inevitabile questo schema senza il minimo pudore.
