Eppure le soluzioni ci sono!
[Leggi qui la parte 1 e la parte 2]
In tutti questi anni non ci siamo limitati a opporci, ma abbiamo proposto soluzioni, sia semplici sia più innovative.
La più semplice è quella di prevedere alcuni computer portatili aggiuntivi disponibili in ogni sede (eventualmente anche su prenotazione); nonché armadietti personali per la custodia della strumentazione oltre che delle proprie cose (che non ovunque siano disponibili è già di per sé uno scandalo).
Che il numero di scrivanie debba essere adeguato è cosa non sindacabile, e quindi su questo non ci sono compromessi da fare.
Poi ci sono soluzioni più complesse e interessanti, che le strutture informatiche d’Ateneo potrebbero indagare grazie alla propria competenza, come per esempio la possibilità di avviare il pc (anche il proprio, per chi vuole) tramite una chiavetta, come avviene nelle distribuzioni live di Linux (vedi per esempio). Se a qualcuno pare lunare, ricordiamo che esiste la possibilità da parte della PA di sviluppare e far sviluppare software aperto (leggi qui!), il che potrebbe anche ridurre il trasferimento di soldi (pubblici) verso le già potentissime e ricchissime aziende della Silicon Valley, amiche e sodali del biondo bombardatore.
A fronte di tutte queste possibilità, l’Ateneo sceglie la sottrazione delle postazioni, mascherata da “razionalizzazione” e “condivisione delle postazioni”; fin a dare per scontato che il trasporto della strumentazione di lavoro sia responsabilità del singolo dipendente.
