Come volevasi dimostrare: non sono passati nemmeno due mesi dal fallimento del referendum sul lavoro che già si consuma il primo atto di ritorsione normativa. Con l’articolo 9-bis, infilato con precisione chirurgica nella conversione del Decreto Ilva (D.L. 92/2025), il governo riscrive a colpi di emendamento la prescrizione sui crediti da lavoro. E colpisce dove il diritto era più elementare: il tempo.

Per i dipendenti pubblici, che da sempre hanno visto decorrere la prescrizione in costanza di rapporto di lavoro, si tratta di uno strappo non troppo violento, mentre per quanto concerne il lavoro privato una regola consolidata viene abbattuta. Da ora, la scadenza per reclamare le somme non pagate sarà anticipata, limitata, burocraticamente accorciata: da dieci anni a cinque anni e 180 giorni per agire, poi il silenzio. 

Questo non è solo un tecnicismo. È la traduzione concreta di un pensiero regressivo: il lavoratore come colpevole di inerzia, il salario come bene revocabile, la memoria del lavoro come colpa.

È la stessa logica che ha ispirato le grandi riforme punitive degli ultimi decenni: precarietà, ricattabilità, individualizzazione estrema.

Eppure, noi avevamo già letto i segnali.

Il referendum era stato dipinto come un fallimento di popolo, e nella quiete artificiale del post-voto, il potere torna a fare ciò che gli riesce meglio: rimuovere la questione sociale, cancellandola con una firma in calce a una legge tecnica.

E in questa firma, c’è anche la beffa. Come disse un noto giuslavorista con brutale lucidità:

“La forma è stupida. Ma non va cambiata all’improvviso!”

Perché di questo si tratta: un cambio dei termini di prescrizione è, in fin dei conti, una forma mascherata di condono. Un atto di clemenza selettiva. Un regalo a chi ha interesse che i debiti verso i lavoratori vadano in fumo.

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Avremmo preferito oggi parlare d’altro.

Di una politica dei redditi capace di dare corpo e dignità al lavoro. Di salari adeguati alla vita, non alla sopravvivenza. 

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