Al rientro dalle ferie, siamo incappati nel nuovo percorso ad ostacoli dell’Alma Mater: l’Autenticazione a Più Fattori (MFA), da completare tassativamente entro il 10 settembre.
Un “giochino” per qualcuno, un bel grattacapo per molti altri.
Che la normativa europea richieda standard elevati di sicurezza informatica è fuor di dubbio. Ciò che contestiamo è il solito metodo Unibo: l’ansia da prestazione di fare sempre i primi della classe applicando le direttive con fretta ingiustificata, scaricando sui lavoratori i costi, la confusione operativa e l’adeguamento dei mezzi.
L’Ateneo ha fissato la scadenza come se il giorno dopo dovessero crollare le infrastrutture di rete, per poi lasciare siano le/i colleghe/i a sbrogliare la matassa. Invece di ricevere indicazioni trasparenti e soluzioni pronte, ci siamo dovuti trasformare in un gruppo di detective: spulciare norme e sentenze, fare passaparola e consultarsi nei corridoi per capire come poter lavorare dal 10 settembre senza regalare il proprio telefono o i propri dati all’Ateneo.
Sia chiara una cosa: la nostra critica non nasce da una resistenza ideologica all’innovazione. Ciò che rifiutiamo è sia il dirigismo burocratico dell’Ateneo, pronto a imporre soluzioni a costo zero senza curarsi delle ricadute su personale e studenti, sia quell’atteggiamento di conformismo passivo che porta ad accettare qualsiasi richiesta come un fatto compiuto.
Adeguarsi acriticamente, considerando l’uso dei propri strumenti come un “piccolo sacrificio irrilevante”, significa ignorare principi giuridici consolidati:
1. è vietato trasformare la disponibilità privata dei dipendenti in un prerequisito organizzativo! E la ragione è chiara: il consenso reso dal lavoratore nell’ambito del rapporto di lavoro non è mai una base giuridica libera quando la scelta è tra l’adeguarsi o il non poter lavorare.
2. l’obbligo di fornire le dotazioni e gli strumenti informatici spetta per intero al datore di lavoro. Mettere a disposizione i propri dispositivi privati non è un atto che corrisponde a senso del dovere, ma una rinunzia impropria a tutele e garanzie contrattuali.
E sia chiaro: se domani la legge italiana dovesse sdoganare il microchip sottocutaneo per timbrare l’ingresso, l’Alma Mater sarebbe la prima a introdurlo. Qualche solerte collega correrebbe pure a farsi il foro senza farsi domande?
Eppure, persino chi si adegua poi si ritrova a sbattere contro la realtà quotidiana: “E se stamattina lascio il telefono a casa, cosa succede? Non lavoro?”.
Ma, anche in questo caso, il problema non è del collega smemorato che dimentica lo smartphone sul comodino: il vero problema è un datore di lavoro che fa finta di non sapere che esistono regole precise, obblighi di fornitura e sanzioni molto pesanti per chi scarica la continuità aziendale sui beni personali dei dipendenti.
Senza contare che persino il nostro CCNL (pur così avaro e carente su tutto il resto) almeno su un punto parla chiarissimo: le dotazioni e gli strumenti di lavoro devono essere oggetto di preventivo confronto e contrattazione.
Le soluzioni “a metà”
Messa di fronte ai primi rilievi, l’amministrazione ha previsto una pezza per chi dichiara di non voler o non poter usare lo smartphone personale.
Non capiamo per quale motivo una soluzione del genere non debba essere adottata in via generale per tutti e tutte – e chiediamo formalmente che sia così – ma si tratta comunque di un palliativo del tutto parziale, che si “dimentica” dell’altro pezzo fondamentale del puzzle: SPID e CIE.
Come si deve comportare chi non possiede le SPID (ormai a pagamento per i cittadini) o semplicemente non intende inserire la propria identità digitale privata nei sistemi aziendali?
Siamo al corto circuito ideale: l’Ateneo ci vessa con il dogma del “computer unico” vietando i PC personali per il lavoro da remoto in nome della sicurezza, ma poi si dimentica di ogni cautela quando pretende l’uso di credenziali e dispositivi privati per l’autenticazione.
La loro fretta, la risposta della CUB: Mai Far Assennatamente (MFA)
Perché questa rincorsa alle scadenze?
L’unica vera urgenza dell’Ateneo è far ingoiare il rospo alle persone prima che se ne parli, sfruttando la solita tattica delle novità fatte cadere nel torpore estivo – esattamene come quando a fine dicembre si montano e smontano le aree nell’indifferenza generale.
Non esiste alcuna emergenza imminente che imponga di partire tassativamente il 10 settembre senza aver prima dotato tutto il personale di strumenti idonei.
E le sbandierate “esperienze pilota” ne sono la prova: chi ha attivato il sistema due anni fa – per senso del dovere, curiosità o ingenuità – oggi riferisce solo problemi. Non si tratta solo del telefono dimenticato a casa: c’è chi ha cambiato scheda e scopre che il vecchio numero non si può più modificare nei sistemi, costringendo il Cesia ad impacchettare soluzioni specifiche. La dimostrazione empirica che le scorciatoie burocratiche creano solo caos operativo.
Come CUB chiediamo la sospensione immediata della misura e la convocazione urgente del tavolo sindacale.
L’Ateneo ha il dovere di farsi carico delle soluzioni organizzative:
– SPID Professionali (Tipo 3) a spese dell’Ente, senza intaccare la sfera personale;
– una qualsiasi soluzione alternativa per il riconoscimento iniziale,
– interfaccia e applicativi di autenticazione direttamente installati dal CESIA su tutti i PC di servizio (una soluzione fattibilissima che si è scelto comodamente di non valutare come regola ma solo su richiesta dei singoli).
Decida loro come fare: le soluzioni alternative sono ovvie e le hanno pure loro. Ed è assurdo dover fare ogni volta una lotta sindacale solo per tirarle fuori, quando basterebbe parlarne prima ai tavoli come dice il CCNL.
Ai colleghi diciamo: non abbiate fretta di regalare i vostri dispositivi ed i vostri dati personali per sanare le carenze di programmazione dell’Ateneo.
La fornitura degli strumenti di lavoro è e rimane un preciso obbligo del datore di lavoro.
Il problema è di chi guida la barca e non di chi è lì per remare. E ci risulta che dal 10 settembre sarà comunque possibile accedere al PC in quanto il blocco riguarderà solo gli applicativi d’Ateneo.
Al Magnifico Rettore ricordiamo che abbiamo la penna in mano e, oltre alle solite segnalazioni, siamo pronti a far partire i ricorsi nelle sedi competenti.
