La scorsa settimana abbiamo presentato la richiesta di scorrimento della graduatoria PEV tramite un “ribando” nell’ambito del tavolo tecnico convocato per il welfare (vedi link). Un’istanza per noi preminente, tanto quanto la questione di EVO.

Mentre i membri delle sigle CGIL, CISL e ANIEF rimanevano in un silenzio che non può essere considerato nemmeno neutrale, ci è stato detto che la programmazione PEV è immutabile perché non si intende rivedere nulla di quanto deliberato dal CdA.

Badate bene, non si tratta quindi di una decisione tecnica, ma di una scelta che pesa sul senso stesso della nostra Istituzione (vedi link). Un sistema, quello delle PEV transitorie, che a parole è stato messo in piedi per riconoscere il valore del lavoro, non può essere rivisto semplicemente perché non vi è la volontà di apportare cambiamenti o correzioni (vedi link).

“Pochi o tanti siano stati i posti per le PEV transitorie ora queste sono concluse perché ci si deve concentrare sulle PEV ordinarie” (semi cit.).

In Unibo non saranno quindi più sfruttate tutte le possibilità offerte fino al 2026, come previsto dalla normativa?

Noi avevamo chiesto di fare prima le procedure ordinarie e poi le transitorie, come hanno fatto tanti Enti locali e altri Atenei per massimizzare tutte le possibilità. Il tavolo sindacale ha scelto di fare l’inverso e adesso in Unibo il treno delle transitorie è secondo qualcuno già arrivato a destinazione.

Per noi la metà invece non è stata raggiunta. Ribadiamo infatti che i posti disponibili sono stati pochi, non per destino o necessità, ma semplicemente perché così si è deciso. Un errore tecnico e un errore politico e culturale.

In Unibo vi sono 1.385 assunti in categoria ex C e di questi 1.251 avevano i requisiti per il conseguimento delle PEV. Con soli 120 posti si è quindi inteso valorizzare solo il 10% del personale avente diritto. Questi sono i numeri che contano e questi numeri vanno messi in comparazione con quelli di Atenei che hanno una dotazione organica simile alla nostra (vedi link).

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Preoccupa che alcune organizzazioni sindacali scelgano oggi di non vedere, di non intervenire.

Lasciare tutto com’è, dopo aver riconosciuto che qualcosa non ha funzionato perché in troppi sono rimasti esclusi, significa scegliere la continuità dell’errore in nome della quiete.

Ma il tempo delle scelte chiede il coraggio del cambiamento e per questo noi di CUB vogliamo portare avanti le vostre/nostre legittime istanze.

Anche perché in tutto questo, si impone una domanda che non è solo formale: chi decide davvero? Chi esercita, oggi, l’autorità nell’Ateneo?

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Il “no” a ogni modifica è arrivato dalla Direzione Generale e dalla Direzione del Personale, e non ci risulta che quella posizione sia stata oggetto di reale confronto con il Rettore o con il suo Delegato.

Se così fosse, ci troveremmo davanti a un’asimmetria grave: il potere decisionale sottratto alla rappresentanza accademica e trasferito, di fatto, in forma amministrativa.

Ma allora, chi comanda? E, soprattutto, a quale logica risponde quel comando?

L’autorità, nel suo senso più profondo, esiste finché non viene esercitata di imperio. Essa nasce da un processo dinamico, fatto di rispetto, ascolto e reciprocità.
È relazione, non dominio. È orientamento, non imposizione.

Per questo ci interroghiamo, e invitiamo a interrogarsi, su come oggi la Governance e chi gestisce le relazioni sindacali stiano scegliendo di esercitare quel ruolo.

Ogni istituzione ha il compito di rendere le proprie scelte intelligibili, condivisibili, aperte alla possibilità del cambiamento.

Un Ateneo che non si interroga più sul senso delle proprie scelte e decisioni, e che, anche per questo, rifiuta il dialogo e la possibilità di correggersi, smette – lentamente – di essere luogo di cultura.

Il cambiamento non arriva dall’alto: deve partire da noi. Invitiamo tutte/i ad inviarci le proprie osservazioni che recapiteremo al Magnifico Rettore e ai membri del CdA.

Facciamo sentire insieme la forza della nostra componente con parole chiare e determinate. È tempo di farci ascoltare!